Elzeviro significa "articolo giornalistico di approfondimento, di solito non legato alla cronaca", che non essendo un pezzo d'informazione in senso stretto, dovrebbe brillare per le sue qualitĂ letterarie...
![]()
Nome: Renzo Becherelli
I grandi amano le cifre.
Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano: “Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?”
Ma vi domandano: “Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?”. Allora soltanto credono di conoscerlo.
Sono fatti così. Non c’è da prendersela. I bambini devono essere indulgenti con i grandi.
Alpinia.net
Andrea Bacchetti
Comandante Pippo
Decorazioni e pezzi d'arte
Dino Campana
Enrico Brizzi
Everest-K2-CNR
Fausto De Stefani
Giovanni Cenacchi
Grandi trekking
Guido Mori il pellegrino
il tempo si è fermato
La piscina di Siloe
Linea Gotica 2009: Enrico Brizzi di nuovo a piedi da un mare all’altro
Mountain Blog
Mountain Wilderness
myflickr
pellegrinaggi
pianosolo
Planet mountain
Walden
oggi
ottobre 2009
giugno 2009
maggio 2009
aprile 2009
novembre 2008
ottobre 2008
luglio 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
maggio 2007
appennino
foreste casentinesi
hd thoreau
libri
linea gotica
montagna
montagna pistoiese
monti sibillini
pellegrini
poesia
trekking
via degli dèi
via francigena
visitato *loading* volte
Seppellite il mio cuore lassù, ai piedi della Croda
dove la campana spande il suo lento lamento,
arcano bronzo che vibra al richiamo del vento.
Mai sono stato più leggero e in alto di così.
Le corde tese in parete, sulla roccia d’argento
il bianco niveo della folgore scagliata sui cento
sassi di dolomite aguzza e tonante.
Lasciatemi ancora volare nel sogno
di un ultimo viaggio avventuroso
dove il tempo si dipana silenzioso.
www.flickr.com/photos/27589245@N05/sets/72157622537986090/
Davanti al monumento fatto a blocchi di cemento con targhe bronzee che ricordano, a tutti quelli che le leggono, il sacrificio dei soldati, dei partigiani, dei civili che morirono negli anni dal 1943 al 1945, si ha una sensazione di mesta gratitudine per l’acquisita democrazia e la possibilità di vivere liberamente, pagate a caro prezzo da questi nostri antenati. Forse non siamo loro abbastanza riconoscenti, se non in certe occasioni, del tutto formali, o quando il TG ci ricorda il XXV Aprile con il solito servizio. Arrivare quassù, salendo il pendio ripido nella faggeta mista ad abeti che parte dal Rifugio del Lagacciolo a Pian di Novello e sbuca sul crinale in località Macereto della Guardia, fa pensare a quanto difficile potesse essere la vita durante quegli anni di guerra, soprattutto per chi si nascondeva nella boscaglia e cercava di scardinare le difese della Linea Gotica, che qui conserva ancora qualche trincea.
Sotto la vetta del Monte Poggione, a 1771 metri, il vento che soffia dal versante lucchese ci scompiglia con forza e cerca di strapparci di mano anche la macchina fotografica, come se volesse impedirci di testimoniare quello che resta di questo scempio umano. La vista sui monti, senza confine tra loro ed il cielo, insegna che non c’è terra che non sia dell’uomo, a qualsiasi razza egli appartenga, e degli altri esseri viventi che la popolano. Lo capisco da quei moscerini quasi invisibili, di un colore celeste chiaro quasi metallico, che a frotte si posano sulla mia giacca a vento nera, creando macchie insolite: uno di loro è insignificante, ma tutti insieme sono un popolo, una nazione. E' bello pensare che oggi, se possiamo votare per scegliere un sindaco o un amministratore, lo facciamo grazie anche a quelli che qui rinunciarono alla loro vita per affermare la nostra libertà.

Altre foto, clicca qui accanto

Appunti itineranti lungo la Via di Sigerico tra l’Arno e l’Elsa.
Introitus
“… siamo dei crociati miserabili, e lo sono anche quei camminatori che, ai nostri giorni, non affrontano imprese tenaci e di lunga durata. Le nostre spedizioni non sono altro che gite, e ci ritroviamo, la sera, accanto al vecchio focolare da cui siamo partiti.” (H.D. Thoreau)
“Soprattutto mi raccomando, state attenti alle macchine!”. Così eri stato apostrofato da tua madre e da un po’ tutti gli altri parenti, alla partenza.
Era questa la frase che ti rimbalzava nelle orecchie, ora che il silenzio aveva accolto i tuoi passi stropicciati sul selciato medievale del Galleno. Questo è ciò che rimane ancora oggi di una vecchia strada dell’anno mille, o giù di lì, su cui posavi le suole delle tue scarpe da trekking, rivestite di goretex® per proteggerle dall’acqua, così diverse da quelle che immaginavi calzassero i pellegrini al tempo del vescovo Sigeric “The Serious” di Canterbury, apparse tra i ricordi delle letture scolastiche di Chaucer. Chissà quanti, prima di voi, erano passati su questa strada: eppure resiste ancora. Queste pietre che lastricano la strada sono state poste dai Romani, o più probabilmente dagli Etruschi, grandi costruttori di vie commerciali. Qualcosa di simile l’hai già visto nei pressi del Passo della Futa, sulla “Flaminia Minor” (strada romana che è stata poi percorsa anche dai pellegrini romei che arrivavano dalla Romagna). Questa pavimentazione aveva lo scopo di garantire un fondo stabile, resistente ai cedimenti del terreno, percorribile a piedi, o al massimo con un carro. Così erano le strade di una volta, finché non hanno inventato l’asfalto.
Già, le macchine. Non hai mai capito perché le automobili siano considerate così pericolose: in verità, sono quelli che le guidano che bisogna evitare. Poco prima, una signora aveva tentato di spianarvi sul ciglio della strada su cui camminavate ordinatamente in fila indiana, forse attratta dai colori vivaci degli zaini. Probabilmente non le piacciono gli escursionisti; eppure avete un aspetto abbastanza normale, da viandanti moderni; solo dentro vi sentite diversi. Questa nuova avventura, da romeo in fieri, ti aveva assorbito fino a pochi giorni prima, alla disperata ricerca di guide e mappe con la ricostruzione del percorso originale (le submansiones di Sigerico), recuperate dai testi in biblioteca e dal materiale in rete. Ora, la fase operativa; il percorso in tappe sparse intorno a casa, ritornando tutte le sere alla base. Anche questo è il bello di una via che si snoda per un bel pezzo tra le valli dell’Arno e dell’Elsa: pellegrini a casa propria.
XXIV Aqua Nigra (Antica strada delle Cerbaie - Ponte a Cappiano)
“Vieni, c’è una strada nel bosco, il suo nome conosco...” (C.A. Bixio)
Da Altopascio (“Teupascio” in origine), di fronte alla Chiesa di San Jacopo, presso cui era un antico e famoso spedale per ricoverare i pellegrini, chiamati a raccolta dalla campana detta la “Smarrita”, seguite la strada provinciale lucchese-romana e subito dopo l’abitato di Chimenti, prendete la deviazione sul sentiero segnalato da moderni cartelli con la scritta “Via Francigena”. Qualcuno ha provveduto a mantenere pulito dal sottobosco questo percorso: troppe volte infatti capita di vedere segnali, ma lo scarso transito favorisce la vegetazione, così da rendere impraticabile una via.
Il tratto di strada antica del Galleno passa nei boschi delle Cerbaie, il cui nome evoca la presenza di cervi, un tempo oggetto di estremo interesse venatorio. Oggi non ce n’è più traccia, in un territorio ormai troppo rumoroso ed inospitale per loro.
Galleno (“Grasse Geline” per Filippo Augusto di Francia), un paese diviso fra tre province: c’è chi per avere un certificato, deve andare a Lucca, oppure a Pisa, o perfino a Firenze, a seconda della stanza in cui soggiorna. È il paradigma del crocevia.
XXII Sce* Dionisii (San Genesio - San Miniato)
“O città fantastica piena di suoni sordi...” (D. Campana)
Prima della distruzione del XIII secolo, la città longobarda di San Genesio (oggi ne restano solo scavi archeologici nel toponimo “Vico Wallari”) fu un centro importante sulla riva sinistra dell’Arno, sede di storici convegni e di scambi commerciali. Al confine tra le province di Firenze e Lucca, più o meno equidistante anche da Pisa, può essere considerata il centro di questo triangolo civico.
Lasciata questa zona nei pressi della statale toscoromagnola, si inizia a salire bruscamente verso le alture di Calenzano. Vi appare in lontananza la linea acuta della torre sulla rocca di San Miniato, più in basso la vallata dell’Arno.
Oggi piove e la nitidezza dei colori è stemperata da un grigio chiarore piegato sul mare verde dell’erba che, come le onde, ricopre le colline. Un tempo il mare bagnava davvero queste terre, come testimonia la gran quantità di conchiglie fossili che spuntano qua e là dal terreno argilloso.
Si susseguono i casolari, alcuni abitati, ma i più deserti o in ristrutturazione, segno del loro passato rurale. Nei pressi di Campriano, un piccolo cimitero concede la visita alle lapidi antiche delle famiglie del luogo. Su una di esse si legge “...dopo breve, ma terribile malattia...” a certificarne la causa letale; su altre, volti d’epoca ritratti in dagherrotipo; una minuscola Spoon River toscana, immersa nel canto degli uccelli e nel gracidio delle rane di uno stagno vicino.
*: “Sce” sta per “Sancte”
XXI Sce Peter Currant. (Coiano)
“pauperibus hospitalis noviter constructi et hedificati in villa de Coiano” (testamento del canonico Giunta)
Appena il sentiero svolta da un tratto alberato, lungo un pezzo di strada a strapiombo su orridi boscosi, appare la chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Coiano, che si erge su una piccola altura, come lo scafo di un’antica nave sul mare d’erba circostante. Il suo isolamento agreste le ha forse risparmiato i cambiamenti, lasciandola simile all’originaria costruzione. Vi si accede da una lunga scalinata, che, come una passerella, porta sul ponte di questa imbarcazione in muratura; ma adesso è tutto sbarrato. Il cantiere del restauro chiude con le sue reti arancioni l’ingresso della scalinata e quello della chiesa, chissà ancora per quanto; così non resta che fotografare il pezzo della facciata libero dai ponteggi per consolarvi della mancata visita.
Qui accanto, un tempo doveva esserci uno spedale per il ricovero dei pellegrini, come testimoniano antichi documenti. Il silenzio che pervade questo spicchio di campagna è interrotto soltanto dall’abbaiare di qualche cane dalle case vicine, troppo nuove per incuriosire, o dal transito di qualche auto sull’asfalto bagnato. Così passate oltre, per rituffarvi nel sentiero francigeno, finché poco dopo vi imbattete in una grande casa colonica in rovina, ma con una bella stalla con il soffitto a volte e gli archi a sesto acuto, come una piccola cappella: il luogo è sufficientemente pulito e confortevole per ripararsi dalla pioggia e poter mangiare. Ti suggerisce il nome “trattoria La Paglia”, per il materiale con cui sono fatte le sedute.
Più avanti, di nuovo immersi nell’erba fino alla cintola, nuotate verso la mèta seguendo le tracce del sentiero. Come in un fluire continuo, arrivate dalle parti del Rio Petroso e lo passate per mezzo di un piccolo ponte, prima di salire il pendio di un’enorme vigna, con tiranti in acciaio e sistema d’irrigazione ultramoderno. C’è un curioso segnale che indica le due direzioni opposte del cammino, Roma e Santiago: che sia di buon auspicio? Proseguendo la salita, incontrate delle residenze di lusso, proprietà della fattoria di Pillo. Una lepre vi osserva attenta, protetta dalla recinzione di un grande parco alberato. Nessuno ora, tranne la volpe, può insidiarla.
XX Sce Maria Glan. (Santa Maria Assunta a Chianni - Gambassi)
“Questo che io vedo non è che la scorza. Il più importante è invisibile.”
(A. de Saint-Exupéry)
XIX Sce Gemiane (San Gimignano)
“...una montagnetta coverta di bellissimi arbuscelli, con trenta ville e dodici castelli che sieno intorno ad una cittadetta, ch'abbia nel mezzo una sua fontanetta” (Folgòre da San Gimignano)
La pieve di Cèllole, luogo fuori dal tempo, un’arca di pietra serena tra i filari di cipressi che ne nascondono in parte la facciata, come a non volerla rivelare tutta insieme, per mantenervi un discreto riserbo. Anche questa è chiusa, dovreste chiedere agli abitanti della canonica, ma il frastuono di un gruppo di gitanti dediti al barbecue nel prato di fronte, vanifica il pensiero stesso della visita. Non vorresti certo che si infilassero dentro un posto così mistico con tutta la loro esuberanza. Ci sono più automobili parcheggiate intorno di quante ne avete incontrate finora lungo la strada: un segno di modernità che restituisce attuale l’immagine ai vostri occhi, rapiti dalle forme linearmente severe della costruzione e dagli intarsi dei capitelli del portale.
Proseguite sulla strada asfaltata in direzione delle torri, sempre più vicine e maestose a fendere l’azzurro del cielo, di quella New York medievale, tutta pietra e attività commerciali, che è San Gimignano.
XVIII Sce Martin in Fosse (San Martino in Foci - Molino d’Aiano)
“Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa ...” (D. Buzzati)
San Martino in Foci corrisponde al nome di un antico sito medievale, oggi scomparso, che rappresentava una tappa dell'itinerario di Sigerico lungo
Molto più bello nel tratto precedente, il guado degli Imbotroni, nei pressi di Vallebuia, angolo di vero incanto naturale. La sensazione del contatto con la natura pervade tutto il complesso agrituristico, lasciando all’uomo soltanto i segni della coltivazione vinicola.
XVII Aelse (Gracciano d’Elsa)
“Vivo un equilibrio instabile, colleziono illusioni, in questa vita così labile, io sono le mie canzoni...” (S. Grandi)
Ecco qui il video "live" di una canzone per Dino Campana, dedicata al grande poeta del '900.
Cliccate accanto: http://www.youtube.com/watch?v=BzSuggxpdRc&feature=player_embedded
Fausto De Stefani, un grande alpinista ed esploratore ha recentemente scritto: "... Sono molti gli alpinisti e gli escursionisti che hanno avuto il privilegio di assaporare la montagna in tutti gli aspetti più belli che poi non sanno spendere una parola, un pensiero non stereotipato sulla bellezza naturalistica della montagna e invece si dilungano in eccessive analisi tecniche dell’impresa compiuta...". Quando sono in certi luoghi non posso fare a meno di sentirmi vicino a pensare che Deus sive natura sia un'espressione della bellezza del creato. Se volete ascoltare un'intervista a Fausto, cliccare sul link http://www.mountainblog.it/audio/FDeStefani151108.mp3

Perché me ne sto qui, adesso, seduto su un paracarro, durante una sosta del mio cammino? La domanda è banale quanto la risposta che la segue: quante storie si nascondono dietro ad un paracarro!
Non più paracarri, ma guard-rail dappertutto. Ecco come è cambiato il bordo della strada negli ultimi decenni. Queste strutture resistono ancora sulle strade “secondarie”, quelle di campagna o di montagna, dove passano pochi automezzi e dove si va piano, sempre meno, ormai. Andare a piedi lungo queste vie fa vedere particolari che a velocità superiori sfuggono.
I paracarri in pietra su cui è scolpita l’indicazione della strada e la distanza percorsa o da percorrere, lasciano impressi nella memoria ricordi indelebili. Come quando, partito da Sassetta, arrivai, insieme ai miei compagni scout, a Monteverdi Marittimo, traversando un’assolatissima campagna maremmana. Tutta la strada a piedi, con lo zaino di iuta di tipo militare, troppo pesante per le mie spalle di dodicenne gracile, con il solo sostegno dei paracarri su cui mi appoggiavo durante le soste che avevamo stabilito ogni due chilometri, per non rimanere annientati dal caldo e dalla fatica. Di macchine ne passavano poche, sull’asfalto ribollivano i fumi evocati dal solleone, nella mia testa prendeva sempre più campo l’idea della fuga per andare a riposarmi all’ombra dei rari alberi di lato alla strada. Ma resistetti fino al paesetto, in cima alle colline, in cui dormimmo al riparo della tettoia del circolo parrocchiale, con il cielo stellato ad illuminare i nostri sogni di adolescenti. La mattina presto già svegli e, dopo colazione, via di nuovo sotto il sole, sempre più alto e caldo, verso la strada del ritorno al campo.
Ora, trent’anni dopo, sono ancora a piedi, con uno zaino più moderno, meno inadeguato alla mia persona, a camminare sotto un sole molto meno rovente, ma con più consapevolezza di chi sono e di cosa cerco. Sono partito con un amico per Castelluccio di Norcia, paese arroccato su un colle che poggia su un anfiteatro naturale, circondato da catene di montagne altissime, proprio in mezzo al Parco Nazionale dei Monti Sibillini, vicino al confine tra quattro regioni (Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo); ci sarebbe da scervellarsi, se si fosse a scuola. Il mio amico e all’epoca compagno di banco, durante le lezioni catturava le mosche e, dopo averle separate dalle ali, le confezionava in piccolissime teche costruite con lo scotch, per donarle alle nostre compagne inorridite. Spesso veniva messo in punizione per questi passatempi “innocenti”. A lui non importava molto di perdersi qualche spiegazione di geografia della professoressa Fiorani, che lo definiva uno “scostumato” per principio. La geografia la imparavamo direttamente sul campo durante le nostre gite in bicicletta, oppure sull’atlante, che era uno dei miei libri preferiti dell’epoca. Solo che era così vetusto nella parte politica, con tutti quegli stati dell’Africa o del Sudamerica che cambiavano bandiera come le signore la biancheria intima. Per fortuna che non potevo andare là, altrimenti non avrei saputo come potermi regolare per ottenere il visto.
Siamo così sulla strada del Pian Grande, un nastro nero in mezzo al verde cangiante dei prati destinati in parte al pascolo delle pecore e un po’ alla coltivazione della lenticchia. Il paese lì sopra, ci guarda con sospetto, come tutti gli “stranieri” da queste parti, come quei “crucchi” patiti per il parapendio, con le loro auto e furgoni coperti di lunghi tubolari variopinti, pronti a spiegarsi nell’azzurro per dare aria al sogno di Leonardo da Vinci (che pare ne avesse progettato un modello).
Noi non sembriamo come loro, siamo forse più consoni ai pastori, che vanno a piedi sulle alture intorno al piano a cercare erba per le loro bestie, circondati da cani bianchi, quasi come le pecore, ma pericolosamente guardinghi. Luigi rischia un segno sui pantaloni (e nelle terga), ma per fortuna la sua reazione fa indietreggiare il minaccioso maremmano che si era avvicinato a noi mentre passavamo vicino ad un ovile, prima della scesa nel piano. Un villico ci dice di prendere “la scorcia, tanto andate a piedi”. Buona idea, se solo ci fosse un segnale di indicazione dopo il primo palo, sbiadito, riportante la dicitura “sentiero giallo”. Forse è nato dall’idea di un cinese, sparito nel nulla subito dopo. Una traccia calpestata nell’erba corta e già un po’ meno verde per colpa dei primi freddi ci guida per piccoli colli cui seguono avallamenti tondi come le gobbe di un cammello, dai quali affiorano qua e là piccole pietre aguzze. Un giovane guardiano di mucche fa spostare il branco al pascolo per cederci il passo. Si prosegue in salita, sempre più irta, fino a degli abbeveratoi per gli animali, da cui si intuisce un sentiero che corre un bel po’ sopra le nostre teste. Arrivarci non è uno scherzo, anche il piccolo zaino che ho sulle spalle non è proprio un piuma in questo frangente. Così arriviamo su questo stretto nastro di terra scura che porta subito dopo alla Forca Viola, amato colore della passione calcistica, ma vertiginoso pendio verso la valle dei laghi. Si fa fatica a rimanere in piedi per il vento tanto forte che soffia in questo punto e per l’immediata e ripidissima parete del monte che cala a valle. Meglio lasciar perdere l’idea di scendere, troppo dislivello da ripetere per tornare alla base. Il lago di Pilato lo lasciamo a Cesare, oggi scegliamo il Redentore. Proseguiamo sul sentiero in cresta alla catena dei monti che stamani facevano da immenso scudo all’orizzonte ad ovest di Castelluccio, coperti da nuvole come se avessero indossato un cappello grigio, levandoselo solo per qualche istante per salutare un raggio di sole. Il vento ci accompagna, sempre impetuoso e ora anche più freddo. Ci vogliono guanti e cappello: io indosso quello da giungla, mio compagno dei trekking passati, ma forse un po’ troppo leggero per l’occasione. Il Pizzo dei Tre Vescovi ha l’aspetto di una triplice punta di tiara, sempre in tema di copricapo. Sulla proda del sentiero c’è un fiore che somiglia ad una stella alpina (è una varietà dell’appennino centrale descritta nelle guide). Potrebbe esserci bisogno di altra energia per l’ascesa, ma basta il desiderio di arrivare sulla Cima del Redentore (
E dura è la vita dei pastori, oggi sempre meno presenti, come ci confida il gestore del bar-alimentari della piccola piazza di Castelluccio. Se ne vanno in cerca di un lavoro che permetta loro di avere più tempo libero e luoghi meno isolati, a “fare fortuna”. La mentalità dei paesi è la stessa dovunque. Eppure c’è anche chi ritorna qui, restaura le case diroccate, per vivere di turismo. Vedremo quello che sarà in futuro, “crucchi” piacendo, se nel frattempo non saranno affogati per il troppo bere.
VEDI ALTRE FOTO e anche qui http://www.flickr.com/photos/27589245@N05/3033322800/
A Nella

Salgo (nello spazio, fuori dal tempo)
Perché andare in pellegrinaggio a
Un resoconto di questo pellegrinaggio (viaggio da pellegrino, perché tale mi sono sentito) sarebbe forse un noioso esercizio stilistico: preferisco il rumore del vento (questo, Campana non l’ha mai scritto, almeno credo) che, sfogliando a caso le pagine dei Canti, si porti dietro tutta la fatica fatta sui sentieri bagnati dalla pioggia di questa monsonica primavera.

Diario
Il percorso non è proprio lo stesso che fece il poeta, anche se non è del tutto chiaro, pur basandosi sulle località citate nel “Diario”. Inoltre, lui lo fece nei due sensi, mentre io mi sono limitato all’andata.
Campigno (vicino a Marradi) è la base da cui sono partito, luogo campaniano per eccellenza. Lui lo conosceva, per esserci stato tante volte ed averci probabilmente vissuto durante le sue “fughe”.
Ho imboccato il sentiero che da Farfareta sale al Monte Lavane, tra prati in fiore, in mezzo ai colori più belli della natura appenninica. Da lì, sono sceso all’Acquacheta, la località dove il salto del torrente genera una cascata di grandi proporzioni e spettacolarità, ricordata anche da Dante. Poi verso paesaggi più campestri, con pascoli e terre coltivate fino alla discesa al Passo del Muraglione. Per tutta la tappa non ho incontrato nessuno (se si eccettua la vista in lontananza di un tagliaboschi sotto al Monte Lavane, in prossimità del passaggio del metanodotto). Fino al bar-albergo del passo, pieno di motociclisti intenti a rifocillarsi, divenuti ormai l’ultima risorsa del gestore, stanco e desideroso di ritirarsi in pensione.
................................................................................................................................................................
Dopo una notte umida, riparto per il sentiero CAI n. 00, immerso nella nebbia, sotto una pioggia fine che entra dappertutto ad appesantire il bagaglio e non solo. Così proseguo finché si alza il vento, dal versante di sud-ovest, dove, invisibile, c’è Castagno d’Andrea, luogo evocato dal poeta. Un sottile brivido mi assale quando vedo l’incrocio dei sentieri n. 14 e 14A che salgono da lì fino al Poggio Giogo, dove mi sono fermato a riposare qualche minuto: lui veniva su da qui, quasi certamente; chissà come sarebbe stato vederlo oggi, nei panni di un escursionista… magari proprio come me… Non c’è più tempo per i pensieri,
Ansimando come un mantice, arrivo al piano del rifugio Fontanelle dove posso mangiare e riprendermi (un po’) dallo sforzo fatto. Un timido raggio di sole buca le nuvole e le chiome degli alberi per raggiungere la piccolissima radura di fronte alla costruzione della Forestale. Nel silenzio del bosco, che non è tale perché gli uccelli cantano (ed è un vero piacere ascoltarli), addento il panino che ho preso stamani al bar, che non è molto diverso da quello che costituisce il mio pranzo abituale (a parte le dimensioni), ma ha un sapore tutto particolare. Sulla Falterona (Giogo): l’ho provata anch’io la sensazione di salire, salire, senza tregua, come se si fosse fuori da tutto, anche dal tempo. Vedere, tra gli alberi che lasciano un po’ di spazio sul ciglio del baratro, il profilo della tellurica montagna come un enorme parallelepipedo coperto di alberi… ed è verde, nero e argento (venato sui fianchi da corsi d’acqua a precipizio), con un cappello nero di nubi in cui s’inselva “l’ultimo asterisco della sua melodia”!
…………………………………………………………………………………………………………
Il Passo della Calla non offre molti spunti a chi non va in motocicletta, ma da lì parte un sentiero parallelo alla strada asfaltata che si presenta tutto lastricato in pietra, a testimoniarne l’antico uso per i trasporti dei secoli passati. Prelude a Campigna, con il suo viale dei tigli, che sembra un pezzo di Svizzera trapiantato sui monti della Romagna, tanto che ci si sente un po’ come stranieri.
…………………………………………………………………………………………………………
La via per l’Eremo di Camaldoli non pare lo stesso sentiero nel bosco dei giorni precedenti: c’è il sole sopra le chiome degli alberi, ci sono tante persone a camminare (è domenica), perfino molti bambini e il loro allegro vociare rompe un po’ l’incanto della foresta (si intravede la fuga di una volpe più a valle). Certi momenti servono comunque a riprendere il contatto con la realtà che viviamo, con il resto del mondo che continua ad andare avanti anche senza di te.
La salita al Passo Fangacci non è più difficile di altre che ho già fatto nei giorni precedenti; dopo una breve discesa, riesco a scorgere dall’alto Badia Prataglia come in una cartolina, appoggiata al fianco di una valletta solatia, che mi ripagherà della fatica fatta per raggiungerla con un’ottima cena ed un calmo riposo.
…………………………………………………………………………………………………………
L’albegatore, ad occhio e croce mio coetaneo, mi mette in guardia sulle difficoltà del percorso di quest’ultima tappa che mi porterà alla Verna.
Speravo di aver finito di spaccarmi la schiena a salire con questa zavorra per sentieri impervi e sassosi, invece, forse oggi più degli altri giorni, sembra essere il tratto più duro, anche se il meno lungo come distanza. Già il Poggio della Cesta mi mette a dura prova, sarà anche per via di una piccola vescica che è comparsa sotto l’alluce sinistro. Fino a Frassineta è un deserto, neanche i cinghiali incontrati sul sentiero sono riusciti a farmi sentire nel mondo civilizzato. Piuttosto è un paesaggio completamente diverso da com’era fino a Badia, quello delle foreste casentinesi di faggi ed abeti. Qui la terra è sassosa, arida, la vegetazione è più bassa, meno fitta e sembra perfino impossibile che qualcuno provi a viverci. A Rimbocchi si deve guadare il Corsalone, gonfiato dalle piogge recenti, e non trovo di meglio che finirci dentro perfino con lo zaino. Credo di essermi fatto seriamente male ad un polso, ma riparto per l’ultima salita, il Poggio Montopoli e poi 
Sotto le rocce del Santuario, che si erge a strapiombo, come un rapace che vi abbia fatto il nido, la mèta si fa reale: dovrò solo salire ancora un po’ e poi sarà completato questo pellegrinaggio. Quando sono sul piazzale sotto la croce, mi viene in mente la descrizione crepuscolare del poeta con “i frati che si congedano dai pellegrini” e la campana che “tintinna nella tristezza del chiostro”.

Fine del pellegrinaggio
Nella Cappella delle Stimmate, tutta diversa da come doveva essere al tempo di San Francesco, mi trovo a ringraziare per i piccoli miracoli ed i grandi doni ricevuti. Il viaggio è stato lui stesso la mèta ed ora è davvero concluso. Chi è venuto con me, ne ha condiviso lo spirito e le difficoltà ed io non posso che essergli grato: spero di averlo, almeno in parte, ricambiato con la bellezza dei luoghi e della poesia di Campana. 
[1] Giovanni Cenacchi “I Monti Orfici di Dino Campana. Un saggio, dieci passeggiate ” Ed. Polistampa, Firenze, 2003. http://www.polistampa.com/asp/so.asp?id=14525

Sono sparite le nubi
Fino a poco prima ti chiedevi quanto mancasse ancora alla cima, non vedendo altro che un fosco grigiore intorno a te. Lo zaino pesava sulle spalle, dopo parecchio tempo dalla partenza di quella mattina dal piazzale dell’Abetone sotto le due piramidi. Avevi ricevuto la consegna: assegnato al turno di guardia dell’osservatorio del Monte Cimone, in sostituzione di un altro soldato portato via dall’elicottero il giorno prima, sembra per una colica.
Il piccolo autobus blu della caserma ti aveva sceso lì da solo, il sergente e l’aviere scelto che ti erano stati compagni di viaggio occasionali, se ne erano andati subito, senza neanche scendere per un caffé.
Ti eri incamminato seguendo il sentiero indicato sulla cartina che avevi avuta prima della partenza. Il cielo minacciava pioggia, nuvoloni grigi un po’ dovunque si intravedevano tra il fitto degli alberi a lato del sentiero, che salendo si faceva più stretto.
Ripensavi a quello che ti aveva detto il sergente maggiore: “Vedrai che ti piacerà, anche se all’inizio ti sembrerà di essere nel posto più sperduto del mondo. E’ un po’ come nel film Balla coi lupi, quando il protagonista dice che vuole andare a vedere la frontiera, prima che scompaia”. Te l’eri appuntato sulla tua moleskine, ti era piaciuto il paragone con il tenente dell’esercito nordista che a cavallo di Sisko esplorava le più estreme praterie dell’Ovest.
Ma ora non era lo stesso. Perché il tuo Ovest era l’Appennino Tosco-Emiliano e non c’era nessun indiano sul tuo sentiero, neanche uno sherpa per alleviarti il carico. Ti veniva in mente, piuttosto, il Duca degli Abruzzi, esploratore e soldato, su tante montagne d’Italia e del mondo. Anche lui obbediva agli ordini dei suoi superiori, ma aveva la possibilità di lanciarsi nelle imprese che gli piacevano, mentre tu, al massimo, dovevi cercare compiacimento nell’eseguire quanto deciso dall’alto.
Cercavi di capire se tutto questo avesse un risvolto positivo: avresti passato un po’ di tempo in un luogo solitario e selvaggio, avresti forse avuto il tempo di fare qualche esplorazione nei dintorni e riappacificarti con te stesso.
Non era passato molto da quando te ne eri andato di casa, senza aver pensato troppo a tutti i pro e i contro della tua decisione di arruolarti nell’Aeronautica. Tuo padre non era molto d’accordo, ma la mamma non aveva posto veti; era una tua scelta e, poiché ormai eri maggiorenne, lei non ti aveva ostacolato. L’addestramento a Taranto era stato terribile: sporcizia dovunque, rancio immangiabile e nonnismo esasperato te l’avevano fatto sembrare un girone dantesco, ma ti ci eri adattato con spirito di sottomissione, cercando di limitare i danni, certo che sarebbe passato in fretta. Poi la destinazione di Firenze, molto più vicina, per cui non sapevi se dover ringraziare il caso o qualcuno dei tuoi. Ma ora si era presentata questa occasione… ti eri ricordato di un libro di Kerouac che avevi letto qualche mese prima della tua partenza, in cui lui raccontava la sua esperienza di guardiano di un parco nazionale degli Stati Uniti. Ti era piaciuta l’idea di startene da solo in cima ad un monte a controllare chi e cosa non sapevi ancora bene; probabilmente avresti avuto molto tempo per pensare ai fatti tuoi, o almeno così speravi.
Adesso incominciava a pesarti davvero lo zaino. Avevi imboccato il sentiero che dal Trampolino conduce alla fonte, un posto ombroso in cui nella bella stagione le famiglie vanno a fare il pic-nic. Col pieno nella borraccia, avevi imboccato il sentiero che si addentra nel bosco e sale sulla vetta del Monte Maiori, a millecinquecentosessanta metri di altezza, un piccolo spiazzo tondo contornato da faggi ed abeti. Ti pareva più il bosco delle fate, oscurato ai raggi del sole dalla fitta vegetazione che impedisce al sottobosco di svilupparsi, lasciando la terra scura e brulla, con i soli rami secchi di contorno. La discesa verso
Hai puntato la bussola oltre quel monte ed in quella direzione l’ago ti indicava il sud-est. Dovevi prendere a sinistra, quel sentiero che si inerpicava sinuosamente sul fianco di una cresta erbosa. Dopo un altro tratto di salita, sei arrivato ad un piccolo anfiteatro naturale: una pozza d’acqua lasciata dalla neve ormai sciolta, contornata da grossi sassi come fossero i gradini di uno stadio; era il luogo (ed il momento) giusto per mangiare qualcosa. Ti restava ancora un po’ di strada da fare; sullo sfondo avevi intravisto, tra una nuvola e l’altra, la tua mèta.
Così, sei risalito ancora più in alto, sopra zone brulle con rocce affioranti dal terreno, spazzate dal vento, finché ti si è aperta la visuale sul radar alla tua sinistra, come la cupola di una chiesa che non avresti mai immaginato così grande dal punto in cui ti era apparsa all’inizio della salita.
Sei arrivato a destinazione. Ti sei presentato: “Aviere C.! … Comandi, Signore!”.
Immagini dal passato che ritornano ...