Elzeviro significa "articolo giornalistico di approfondimento, di solito non legato alla cronaca", che non essendo un pezzo d'informazione in senso stretto, dovrebbe brillare per le sue qualitĂ letterarie...

Nome: Renzo Becherelli
I grandi amano le cifre.
Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano: “Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?”
Ma vi domandano: “Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?”. Allora soltanto credono di conoscerlo.
Sono fatti così. Non c’è da prendersela. I bambini devono essere indulgenti con i grandi.
Becquerel in The glory of the Lor...
TREGIM in The glory of the Lor...
perijulka in Le Cronache di Norci...
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Fausto De Stefani, un grande alpinista ed esploratore ha recentemente scritto: "... Sono molti gli alpinisti e gli escursionisti che hanno avuto il privilegio di assaporare la montagna in tutti gli aspetti più belli che poi non sanno spendere una parola, un pensiero non stereotipato sulla bellezza naturalistica della montagna e invece si dilungano in eccessive analisi tecniche dell’impresa compiuta...". Quando sono in certi luoghi non posso fare a meno di sentirmi vicino a pensare che Deus sive natura sia un'espressione della bellezza del creato.

Perché me ne sto qui, adesso, seduto su un paracarro, durante una sosta del mio cammino? La domanda è banale quanto la risposta che la segue: quante storie si nascondono dietro ad un paracarro!
Non più paracarri, ma guard-rail dappertutto. Ecco come è cambiato il bordo della strada negli ultimi decenni. Queste strutture resistono ancora sulle strade “secondarie”, quelle di campagna o di montagna, dove passano pochi automezzi e dove si va piano, sempre meno, ormai. Andare a piedi lungo queste vie fa vedere particolari che a velocità superiori sfuggono.
I paracarri in pietra su cui è scolpita l’indicazione della strada e la distanza percorsa o da percorrere, lasciano impressi nella memoria ricordi indelebili. Come quando, partito da Sassetta, arrivai, insieme ai miei compagni scout, a Monteverdi Marittimo, traversando un’assolatissima campagna maremmana. Tutta la strada a piedi, con lo zaino di iuta di tipo militare, troppo pesante per le mie spalle di dodicenne gracile, con il solo sostegno dei paracarri su cui mi appoggiavo durante le soste che avevamo stabilito ogni due chilometri, per non rimanere annientati dal caldo e dalla fatica. Di macchine ne passavano poche, sull’asfalto ribollivano i fumi evocati dal solleone, nella mia testa prendeva sempre più campo l’idea della fuga per andare a riposarmi all’ombra dei rari alberi di lato alla strada. Ma resistetti fino al paesetto, in cima alle colline, in cui dormimmo al riparo della tettoia del circolo parrocchiale, con il cielo stellato ad illuminare i nostri sogni di adolescenti. La mattina presto già svegli e, dopo colazione, via di nuovo sotto il sole, sempre più alto e caldo, verso la strada del ritorno al campo.
Ora, trent’anni dopo, sono ancora a piedi, con uno zaino più moderno, meno inadeguato alla mia persona, a camminare sotto un sole molto meno rovente, ma con più consapevolezza di chi sono e di cosa cerco. Sono partito con un amico per Castelluccio di Norcia, paese arroccato su un colle che poggia su un anfiteatro naturale, circondato da catene di montagne altissime, proprio in mezzo al Parco Nazionale dei Monti Sibillini, vicino al confine tra quattro regioni (Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo); ci sarebbe da scervellarsi, se si fosse a scuola. Il mio amico e all’epoca compagno di banco, durante le lezioni catturava le mosche e, dopo averle separate dalle ali, le confezionava in piccolissime teche costruite con lo scotch, per donarle alle nostre compagne inorridite. Spesso veniva messo in punizione per questi passatempi “innocenti”. A lui non importava molto di perdersi qualche spiegazione di geografia della professoressa Fiorani, che lo definiva uno “scostumato” per principio. La geografia la imparavamo direttamente sul campo durante le nostre gite in bicicletta, oppure sull’atlante, che era uno dei miei libri preferiti dell’epoca. Solo che era così vetusto nella parte politica, con tutti quegli stati dell’Africa o del Sudamerica che cambiavano bandiera come le signore la biancheria intima. Per fortuna che non potevo andare là, altrimenti non avrei saputo come potermi regolare per ottenere il visto.
Siamo così sulla strada del Pian Grande, un nastro nero in mezzo al verde cangiante dei prati destinati in parte al pascolo delle pecore e un po’ alla coltivazione della lenticchia. Il paese lì sopra, ci guarda con sospetto, come tutti gli “stranieri” da queste parti, come quei “crucchi” patiti per il parapendio, con le loro auto e furgoni coperti di lunghi tubolari variopinti, pronti a spiegarsi nell’azzurro per dare aria al sogno di Leonardo da Vinci (che pare ne avesse progettato un modello).
Noi non sembriamo come loro, siamo forse più consoni ai pastori, che vanno a piedi sulle alture intorno al piano a cercare erba per le loro bestie, circondati da cani bianchi, quasi come le pecore, ma pericolosamente guardinghi. Luigi rischia un segno sui pantaloni (e nelle terga), ma per fortuna la sua reazione fa indietreggiare il minaccioso maremmano che si era avvicinato a noi mentre passavamo vicino ad un ovile, prima della scesa nel piano. Un villico ci dice di prendere “la scorcia, tanto andate a piedi”. Buona idea, se solo ci fosse un segnale di indicazione dopo il primo palo, sbiadito, riportante la dicitura “sentiero giallo”. Forse è nato dall’idea di un cinese, sparito nel nulla subito dopo. Una traccia calpestata nell’erba corta e già un po’ meno verde per colpa dei primi freddi ci guida per piccoli colli cui seguono avallamenti tondi come le gobbe di un cammello, dai quali affiorano qua e là piccole pietre aguzze. Un giovane guardiano di mucche fa spostare il branco al pascolo per cederci il passo. Si prosegue in salita, sempre più irta, fino a degli abbeveratoi per gli animali, da cui si intuisce un sentiero che corre un bel po’ sopra le nostre teste. Arrivarci non è uno scherzo, anche il piccolo zaino che ho sulle spalle non è proprio un piuma in questo frangente. Così arriviamo su questo stretto nastro di terra scura che porta subito dopo alla Forca Viola, amato colore della passione calcistica, ma vertiginoso pendio verso la valle dei laghi. Si fa fatica a rimanere in piedi per il vento tanto forte che soffia in questo punto e per l’immediata e ripidissima parete del monte che cala a valle. Meglio lasciar perdere l’idea di scendere, troppo dislivello da ripetere per tornare alla base. Il lago di Pilato lo lasciamo a Cesare, oggi scegliamo il Redentore. Proseguiamo sul sentiero in cresta alla catena dei monti che stamani facevano da immenso scudo all’orizzonte ad ovest di Castelluccio, coperti da nuvole come se avessero indossato un cappello grigio, levandoselo solo per qualche istante per salutare un raggio di sole. Il vento ci accompagna, sempre impetuoso e ora anche più freddo. Ci vogliono guanti e cappello: io indosso quello da giungla, mio compagno dei trekking passati, ma forse un po’ troppo leggero per l’occasione. Il Pizzo dei Tre Vescovi ha l’aspetto di una triplice punta di tiara, sempre in tema di copricapo. Sulla proda del sentiero c’è un fiore che somiglia ad una stella alpina (è una varietà dell’appennino centrale descritta nelle guide). Potrebbe esserci bisogno di altra energia per l’ascesa, ma basta il desiderio di arrivare sulla Cima del Redentore (
E dura è la vita dei pastori, oggi sempre meno presenti, come ci confida il gestore del bar-alimentari della piccola piazza di Castelluccio. Se ne vanno in cerca di un lavoro che permetta loro di avere più tempo libero e luoghi meno isolati, a “fare fortuna”. La mentalità dei paesi è la stessa dovunque. Eppure c’è anche chi ritorna qui, restaura le case diroccate, per vivere di turismo. Vedremo quello che sarà in futuro, “crucchi” piacendo, se nel frattempo non saranno affogati per il troppo bere.
A Nella

Salgo (nello spazio, fuori dal tempo)
Perché andare in pellegrinaggio a
Un resoconto di questo pellegrinaggio (viaggio da pellegrino, perché tale mi sono sentito) sarebbe forse un noioso esercizio stilistico: preferisco il rumore del vento (questo, Campana non l’ha mai scritto, almeno credo) che, sfogliando a caso le pagine dei Canti, si porti dietro tutta la fatica fatta sui sentieri bagnati dalla pioggia di questa monsonica primavera.

Diario
Il percorso non è proprio lo stesso che fece il poeta, anche se non è del tutto chiaro, pur basandosi sulle località citate nel “Diario”. Inoltre, lui lo fece nei due sensi, mentre io mi sono limitato all’andata.
Campigno (vicino a Marradi) è la base da cui sono partito, luogo campaniano per eccellenza. Lui lo conosceva, per esserci stato tante volte ed averci probabilmente vissuto durante le sue “fughe”.
Ho imboccato il sentiero che da Farfareta sale al Monte Lavane, tra prati in fiore, in mezzo ai colori più belli della natura appenninica. Da lì, sono sceso all’Acquacheta, la località dove il salto del torrente genera una cascata di grandi proporzioni e spettacolarità, ricordata anche da Dante. Poi verso paesaggi più campestri, con pascoli e terre coltivate fino alla discesa al Passo del Muraglione. Per tutta la tappa non ho incontrato nessuno (se si eccettua la vista in lontananza di un tagliaboschi sotto al Monte Lavane, in prossimità del passaggio del metanodotto). Fino al bar-albergo del passo, pieno di motociclisti intenti a rifocillarsi, divenuti ormai l’ultima risorsa del gestore, stanco e desideroso di ritirarsi in pensione.
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Dopo una notte umida, riparto per il sentiero CAI n. 00, immerso nella nebbia, sotto una pioggia fine che entra dappertutto ad appesantire il bagaglio e non solo. Così proseguo finché si alza il vento, dal versante di sud-ovest, dove, invisibile, c’è Castagno d’Andrea, luogo evocato dal poeta. Un sottile brivido mi assale quando vedo l’incrocio dei sentieri n. 14 e 14A che salgono da lì fino al Poggio Giogo, dove mi sono fermato a riposare qualche minuto: lui veniva su da qui, quasi certamente; chissà come sarebbe stato vederlo oggi, nei panni di un escursionista… magari proprio come me… Non c’è più tempo per i pensieri,
Ansimando come un mantice, arrivo al piano del rifugio Fontanelle dove posso mangiare e riprendermi (un po’) dallo sforzo fatto. Un timido raggio di sole buca le nuvole e le chiome degli alberi per raggiungere la piccolissima radura di fronte alla costruzione della Forestale. Nel silenzio del bosco, che non è tale perché gli uccelli cantano (ed è un vero piacere ascoltarli), addento il panino che ho preso stamani al bar, che non è molto diverso da quello che costituisce il mio pranzo abituale (a parte le dimensioni), ma ha un sapore tutto particolare. Sulla Falterona (Giogo): l’ho provata anch’io la sensazione di salire, salire, senza tregua, come se si fosse fuori da tutto, anche dal tempo. Vedere, tra gli alberi che lasciano un po’ di spazio sul ciglio del baratro, il profilo della tellurica montagna come un enorme parallelepipedo coperto di alberi… ed è verde, nero e argento (venato sui fianchi da corsi d’acqua a precipizio), con un cappello nero di nubi in cui s’inselva “l’ultimo asterisco della sua melodia”!
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Il Passo della Calla non offre molti spunti a chi non va in motocicletta, ma da lì parte un sentiero parallelo alla strada asfaltata che si presenta tutto lastricato in pietra, a testimoniarne l’antico uso per i trasporti dei secoli passati. Prelude a Campigna, con il suo viale dei tigli, che sembra un pezzo di Svizzera trapiantato sui monti della Romagna, tanto che ci si sente un po’ come stranieri.
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La via per l’Eremo di Camaldoli non pare lo stesso sentiero nel bosco dei giorni precedenti: c’è il sole sopra le chiome degli alberi, ci sono tante persone a camminare (è domenica), perfino molti bambini e il loro allegro vociare rompe un po’ l’incanto della foresta (si intravede la fuga di una volpe più a valle). Certi momenti servono comunque a riprendere il contatto con la realtà che viviamo, con il resto del mondo che continua ad andare avanti anche senza di te.
La salita al Passo Fangacci non è più difficile di altre che ho già fatto nei giorni precedenti; dopo una breve discesa, riesco a scorgere dall’alto Badia Prataglia come in una cartolina, appoggiata al fianco di una valletta solatia, che mi ripagherà della fatica fatta per raggiungerla con un’ottima cena ed un calmo riposo.
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L’albegatore, ad occhio e croce mio coetaneo, mi mette in guardia sulle difficoltà del percorso di quest’ultima tappa che mi porterà alla Verna.
Speravo di aver finito di spaccarmi la schiena a salire con questa zavorra per sentieri impervi e sassosi, invece, forse oggi più degli altri giorni, sembra essere il tratto più duro, anche se il meno lungo come distanza. Già il Poggio della Cesta mi mette a dura prova, sarà anche per via di una piccola vescica che è comparsa sotto l’alluce sinistro. Fino a Frassineta è un deserto, neanche i cinghiali incontrati sul sentiero sono riusciti a farmi sentire nel mondo civilizzato. Piuttosto è un paesaggio completamente diverso da com’era fino a Badia, quello delle foreste casentinesi di faggi ed abeti. Qui la terra è sassosa, arida, la vegetazione è più bassa, meno fitta e sembra perfino impossibile che qualcuno provi a viverci. A Rimbocchi si deve guadare il Corsalone, gonfiato dalle piogge recenti, e non trovo di meglio che finirci dentro perfino con lo zaino. Credo di essermi fatto seriamente male ad un polso, ma riparto per l’ultima salita, il Poggio Montopoli e poi 
Sotto le rocce del Santuario, che si erge a strapiombo, come un rapace che vi abbia fatto il nido, la mèta si fa reale: dovrò solo salire ancora un po’ e poi sarà completato questo pellegrinaggio. Quando sono sul piazzale sotto la croce, mi viene in mente la descrizione crepuscolare del poeta con “i frati che si congedano dai pellegrini” e la campana che “tintinna nella tristezza del chiostro”.

Fine del pellegrinaggio
Nella Cappella delle Stimmate, tutta diversa da come doveva essere al tempo di San Francesco, mi trovo a ringraziare per i piccoli miracoli ed i grandi doni ricevuti. Il viaggio è stato lui stesso la mèta ed ora è davvero concluso. Chi è venuto con me, ne ha condiviso lo spirito e le difficoltà ed io non posso che essergli grato: spero di averlo, almeno in parte, ricambiato con la bellezza dei luoghi e della poesia di Campana. 
[1] Giovanni Cenacchi “I Monti Orfici di Dino Campana. Un saggio, dieci passeggiate ” Ed. Polistampa, Firenze, 2003.

Sono sparite le nubi
Fino a poco prima ti chiedevi quanto mancasse ancora alla cima, non vedendo altro che un fosco grigiore intorno a te. Lo zaino pesava sulle spalle, dopo parecchio tempo dalla partenza di quella mattina dal piazzale dell’Abetone sotto le due piramidi. Avevi ricevuto la consegna: assegnato al turno di guardia dell’osservatorio del Monte Cimone, in sostituzione di un altro soldato portato via dall’elicottero il giorno prima, sembra per una colica.
Il piccolo autobus blu della caserma ti aveva sceso lì da solo, il sergente e l’aviere scelto che ti erano stati compagni di viaggio occasionali, se ne erano andati subito, senza neanche scendere per un caffé.
Ti eri incamminato seguendo il sentiero indicato sulla cartina che avevi avuta prima della partenza. Il cielo minacciava pioggia, nuvoloni grigi un po’ dovunque si intravedevano tra il fitto degli alberi a lato del sentiero, che salendo si faceva più stretto.
Ripensavi a quello che ti aveva detto il sergente maggiore: “Vedrai che ti piacerà, anche se all’inizio ti sembrerà di essere nel posto più sperduto del mondo. E’ un po’ come nel film Balla coi lupi, quando il protagonista dice che vuole andare a vedere la frontiera, prima che scompaia”. Te l’eri appuntato sulla tua moleskine, ti era piaciuto il paragone con il tenente dell’esercito nordista che a cavallo di Sisko esplorava le più estreme praterie dell’Ovest.
Ma ora non era lo stesso. Perché il tuo Ovest era l’Appennino Tosco-Emiliano e non c’era nessun indiano sul tuo sentiero, neanche uno sherpa per alleviarti il carico. Ti veniva in mente, piuttosto, il Duca degli Abruzzi, esploratore e soldato, su tante montagne d’Italia e del mondo. Anche lui obbediva agli ordini dei suoi superiori, ma aveva la possibilità di lanciarsi nelle imprese che gli piacevano, mentre tu, al massimo, dovevi cercare compiacimento nell’eseguire quanto deciso dall’alto.
Cercavi di capire se tutto questo avesse un risvolto positivo: avresti passato un po’ di tempo in un luogo solitario e selvaggio, avresti forse avuto il tempo di fare qualche esplorazione nei dintorni e riappacificarti con te stesso.
Non era passato molto da quando te ne eri andato di casa, senza aver pensato troppo a tutti i pro e i contro della tua decisione di arruolarti nell’Aeronautica. Tuo padre non era molto d’accordo, ma la mamma non aveva posto veti; era una tua scelta e, poiché ormai eri maggiorenne, lei non ti aveva ostacolato. L’addestramento a Taranto era stato terribile: sporcizia dovunque, rancio immangiabile e nonnismo esasperato te l’avevano fatto sembrare un girone dantesco, ma ti ci eri adattato con spirito di sottomissione, cercando di limitare i danni, certo che sarebbe passato in fretta. Poi la destinazione di Firenze, molto più vicina, per cui non sapevi se dover ringraziare il caso o qualcuno dei tuoi. Ma ora si era presentata questa occasione… ti eri ricordato di un libro di Kerouac che avevi letto qualche mese prima della tua partenza, in cui lui raccontava la sua esperienza di guardiano di un parco nazionale degli Stati Uniti. Ti era piaciuta l’idea di startene da solo in cima ad un monte a controllare chi e cosa non sapevi ancora bene; probabilmente avresti avuto molto tempo per pensare ai fatti tuoi, o almeno così speravi.
Adesso incominciava a pesarti davvero lo zaino. Avevi imboccato il sentiero che dal Trampolino conduce alla fonte, un posto ombroso in cui nella bella stagione le famiglie vanno a fare il pic-nic. Col pieno nella borraccia, avevi imboccato il sentiero che si addentra nel bosco e sale sulla vetta del Monte Maiori, a millecinquecentosessanta metri di altezza, un piccolo spiazzo tondo contornato da faggi ed abeti. Ti pareva più il bosco delle fate, oscurato ai raggi del sole dalla fitta vegetazione che impedisce al sottobosco di svilupparsi, lasciando la terra scura e brulla, con i soli rami secchi di contorno. La discesa verso
Hai puntato la bussola oltre quel monte ed in quella direzione l’ago ti indicava il sud-est. Dovevi prendere a sinistra, quel sentiero che si inerpicava sinuosamente sul fianco di una cresta erbosa. Dopo un altro tratto di salita, sei arrivato ad un piccolo anfiteatro naturale: una pozza d’acqua lasciata dalla neve ormai sciolta, contornata da grossi sassi come fossero i gradini di uno stadio; era il luogo (ed il momento) giusto per mangiare qualcosa. Ti restava ancora un po’ di strada da fare; sullo sfondo avevi intravisto, tra una nuvola e l’altra, la tua mèta.
Così, sei risalito ancora più in alto, sopra zone brulle con rocce affioranti dal terreno, spazzate dal vento, finché ti si è aperta la visuale sul radar alla tua sinistra, come la cupola di una chiesa che non avresti mai immaginato così grande dal punto in cui ti era apparsa all’inizio della salita.
Sei arrivato a destinazione. Ti sei presentato: “Aviere C.! … Comandi, Signore!”.
Immagini dal passato che ritornano ...
Negli ultimi tempi mi è capitato di leggere alcune opere di Henry David Thoreau, da un volume preso in prestito dalla biblioteca comunale, in un’edizione di cinquant’anni fa.
Altre letture interessanti che mi avevano colpito di recente, hanno riportato alla mia attenzione gli scritti di Thoreau, esponente del trascendentalismo americano, con un bagaglio culturale di stampo classicista e naturalista da far invidia a molti contemporanei.
Nel suo “Una settimana tra i fiumi Concord e Merrimack”, in cui l’autore mescola i ricordi di un viaggio fluviale compiuto con un amico su quei corsi d’acqua della sua regione natale con le leggende popolari e gli spunti naturalistici su flora e fauna di quel territorio, si trovano riferimenti a poesie ed altre opere letterarie del mondo anglosassone o classico greco-romano, degne di uno scrittore europeo. Per lui che era americano, così fiero delle sue origini, significa un grande tributo a quello che noi, spesso, non vogliamo o sappiamo ricordare.
Qualcuno l’ha paragonata ad “Ulysses” di Joyce, un’odissea “in nuce”, tra i boschi e le valli del Massachussets e del New Hampshire, tra fantasmi di indiani e di coloni vestiti come John Smith (di Pocahontas).
Soltanto un accenno di un intermezzo poetico:
“Dovremmo ancora cantare come un tempo,
Volentieri mi sbarazzerei dei libri, non so leggere;
Di tra ogni pagina, vaga il mio pensier lontano
Giù nel prato, dove è più ricco il nutrimento,
E non gli importa di colpire il giusto segno.
Plutarco certo valeva, e così Omero;
Ben varrebbe rivivere la vita di Shakespeare;
Ciò che Plutarco leggeva, quello no, non serviva;
Né servivano i libri di Shakespeare, a meno che non fossero uomini.
Qui, mentre giaccio sotto questo ramo di noce,
Cosa m’importa dei Greci o di Troia,
Se più giuste battaglie or si scatenano
Tra le formiche, sopra questa altura?
Che Omero aspetti, finché ne avrò visto la fine,
Se le rosse o le nere gli dei favoriranno,
O se quell’Aiace scompiglierà la falange
Sforzandosi di scagliare un masso sul nemico.
Che attenda Shakespeare un’ora di mio comodo,
Poiché adesso ho da fare con questa goccia di rugiada;
E non vedete? le nubi preparano un rovescio –
Sarò da lui fra poco, quand’è azzurro il cielo.
Questo pascolo d’erba e avena selvatica fu sparso
L’altr’anno, con più grazia che non usino i sovrani;
Una zolla di trifoglio mi serve da cuscino
E le viole mi coprono le scarpe.
E ora le nubi cordiali si sono rinchiuse,
E lieve s’alza il vento a dir “Tutto va bene”.
Gocce sparse si rovesciano sottili,
Qualcuna sul laghetto, altre sulla campanula.
Sono inzuppato sul mio letto d’avena;
E vedo quel globo scivolare dallo stelo;
Ora è là, fluttuante come un pianeta solitario,
E ora affonda nell’orlo del mio vestito.
Stillano gli alberi attorno, per tutta la campagna,
E ogni ramo distilla una ricchezza rara,
Solo il vento fa nascere ogni suono,
Quando qui, sulle foglie, spicca i cristalli.
Mai il sole più si mostrerà, per la vergogna,
Che mai con i suoi raggi potrebbe struggermi tanto;
I miei riccioli stillanti diverranno un elfo,
Che, vestito di perle, gaio se ne va.”
Credo che per capire meglio Thoreau sia utile leggere la prefazione all’edizione di “Walden o Vita nei boschi” di Wu Ming II che trovate come link in questo blog.
La fusione tra naturalismo e letteratura di cui è stato capace, sbalordisce ancora oggi per la dovizia di particolari e la perfetta conoscenza dei classici e dei suoi predecessori anglosassoni.
Ma egli era anche un uomo di profonda coscienza civile, come si può capire leggendo il suo saggio “Civil disobedience” che ha ispirato personaggi come Ghandi o Martin Luther King. Questo testo lo potete scaricare gratuitamente dal sito “Liber Liber” (che contiene anche molte altre opere interessanti di altri autori). Poiché non è mia intenzione scrivere un saggio su Thoreau, per non annoiare e mantenermi nei canoni dell’elzeviro, credo siano sufficienti queste poche indicazioni.

Viaggio di ringraziamento
da Fiesole a Madonna dei Fornelli (28-30 settembre 2007)
A Iris e Nando
dai quali sei stato,
anche a causa di quei monti,
troppe volte separato
“Ogni uomo capace di riconoscenza ... ringrazia
alla maniera degli antichi. Strada facendo.” (E.Brizzi)
Sognavi da lontano di essere in un bosco in alto, sulla cima di monti che avevi visto soltanto dal basso, passando lungo l’Autostrada del Sole, tutte le volte che, per svago o per lavoro o per motivi familiari avevi attraversato quel crinale che chiamano Appennino.
Adesso l’avevi a portata di mano, questo progetto che diventava realtà, a lungo studiato e pianificato insieme a chi aveva deciso di seguirti, di condividere con te questo piccolo grande pezzo della tua vita.
Restava ormai solo una manciata di giorni, in cui ripercorrere mentalmente il filo dei preparativi già abbozzati e concludere questa fase, prima di intraprendere quella vera: il cammino.
Di certo ti sarebbe mancato qualcosa, oppure ti saresti accorto di aver esagerato con altro, ma quello che ora contava, era mantenere acceso il fuoco, non lasciare che il fumo dei dubbi e delle incertezze soffocasse l’entusiasmo con cui ti eri avvicinato a questo viaggio di ringraziamento.

Prima tappa (Fiesole – Sant’Agata Mugello: 45500 passi, percorrenza effettiva: 10 h 45 m’, dislivello in salita: m 611, dislivello in discesa: m 800* ( * = i valori di dislivello espressi sono approssimativi, calcolati sulla base della “famosa” guida al percorso)
La mattina presto siete partiti da Fiesole, in località Monte Fanna, di fronte ad un piccolo tabernacolo dedicato alla Madonna, prendendo a salire per un sentiero che si ricollega ad una strada di accesso ad un ripetitore della Telecom (con i segnali miliari siglati ancora “SIP”).
Il cielo dell’alba, grigio come fumo di Londra, aveva già iniziato a sputare pioggia sulle vostre teste, più come una punizione che un battesimo. E voi, senza capirne il perché, vi ostinavate ad avanzare in silenzio lungo la salita, con il peso degli zaini sulla schiena che vi faceva stare a capo basso, come penitenti in pellegrinaggio riparatore.
Siete arrivati a fianco del ripetitore e subito dopo siete già in cima al Poggio Pratone, un colle su cui è stato posto di recente un cippo scolpito con un brano tratto da un’opera di Bruno Cicognani.
Siete ripartiti subito per gettarvi a capofitto nel bosco a vegetazione mediterranea che digrada verso nord, su altre colline fiesolane. La bellezza del luogo e la sua lieve asprezza naturale vi erano velate da fitte coltri di nubi che scendevano direttamente dal cielo per piangervi addosso tutta la loro desolazione.
Lungo il sentiero, molte tracce di animali ed anche segni di fulmini caduti in passato (grosse pietre sparse nell’erba vicino a tronchi divelti e bruciacchiati) facevano pensare alla forza naturale di tali fenomeni ed alla loro imprevedibile occorrenza.
Avete scavalcato
Ormai l’ascesa a Monte Senario (
Forse è la fame; meglio mangiare e scrollarsi di dosso quella vescica piena di pioggia (e di materiale) che avete portato sulle spalle ormai da troppe ore.
Esulti per un piccolo sprazzo di sole che ha illuminato il grigiore intorno alle statue dei Sette Santi fondatori del convento, ma non fate in tempo ad allontanarvi cento metri che si abbatte su di voi l’uragano. Una tempesta di vento e pioggia da tirarvi a terra. Così non resta che riparare sotto le arcate della scalinata, per proteggervi dalla forza del maltempo. E preghi… quale luogo migliore per farlo? Non sai nemmeno più perché siete lì, cosa ci fate sotto a quei mattoni vecchi con il corpo scosso dai brividi, con la testa vuota che chiede solo di riposare all’asciutto.
Per fortuna, si placa un po’ il vento e con lui, la pioggia diminuisce d’intensità; ripartite, mezzi traballanti, e giù per il bosco, a capofitto tra le piante piegate verso destra dall’eolo occidentale.
Il sentiero, mal segnalato, è un lago; in certi punti diventa un rio minaccioso da scavalcare per non esserne travolti.

Ti passava per la testa il ricordo di certi film sulla guerra nel Vietnam, con i soldati americani sprofondati nel fango che avanzano guardinghi, evitando le trappole di Charlie. Non fosse per l’assenza di anima viva (eccetto il canto di qualche cornacchia invisibile), diresti che sei finito in una zona di combattimento e chiedi al tuo amico di contattare via radio il soccorso aereo per dargli la nostra posizione. Ma lo sai bene che la vita non è un film, come canta anche J Ax, ed hai paura che, alla fine, il buono perda davvero.
La strada maestra, di sicuro. Colpa di quell’acqua maledetta, un sentiero vi sembra un rio, le “palle gialle” sono una leggenda come l’araba fenice e voi proseguite dritti sull’unico tratturo percorribile senza gli stivali da pesca e sfociate sopra Campomigliaio, lontani diversi chilometri da San Piero a Sieve. Sono già le quattro e mezza, dovete arrivare a Sant’Agata: come fate? A piedi, che altro!
Peccato che tu abbia la netta sensazione che stia per scoppiarti un vulcano sotto il tallone sinistro. Zoppicando, ti aiuti a proseguire con il bastone sull’asfalto liscio, ma duro come un macigno per le tue articolazioni ormai giunte al limite della sopportazione.
A San Piero, cessata finalmente la pioggia, una piccola sosta al bar, per reintegrare forze e morale. La signora che vi serve racconta le sue abituali escursioni a Monte Senario (anche se fatte parzialmente in auto) per la strada che avete percorso voi, che lei asserisce essere migliore - e non saprai mai se è davvero così o lo dice per consolarvi dello sforzo fatto in più.
Riprendete in direzione delle montagne che fanno da sfondo al panorama verso nord, con la convinzione (ahimè erronea) di essere vicini alla mèta. Sono ancora dieci chilometri di pura sofferenza, su una strada asfaltata secondaria, che passa vicino ad un campo da golf e su cui sfrecciano diverse auto sportive, costringendovi a serrare a sinistra, procedendo spesso in fila indiana. Per quello, era meglio prima, in mezzo al bosco, senza nessuno a minacciare la vostra incolumità.
Davanti alla chiesa di Gabbiano, provi a telefonare, ma il Siemens è completamente appannato, tutto impregnato di pioggia filtrata dalla custodia. Speri di arrivare in tempo per la cena, non hai l’esatta idea di dove sia l’agriturismo in cui avete prenotato.
Ci arrivate col buio; sono le otto, dopo dodici ore esatte dalla partenza, ormai esausti.
La signora vi prega di togliere gli scarponi: per il fango (dice lei), per eccessiva cautela (dici tu, perché si sono puliti nel tragitto). Non credevi di avere prenotato il letto in una moschea. Luigi lascia le sue impronte sul pavimento di nessun pregio e sui gradini, ripidi fino al secondo piano di quella casa; lui ha i calzini zuppi di pioggia, tu no; e soprattutto non hai vesciche, ed anche questo, nel suo genere, è un piccolo miracolo.
Seconda tappa (Sant’Agata Mugello - Traversa: 16800 passi, percorrenza effettiva: 7 h 10 m’, dislivello in salita: m 795, dislivello in discesa: m 226)
Di tutte le nubi di ieri, è rimasta soltanto qualche traccia nel cielo e sembra proprio che oggi non piova. Il sonno profondo ti è servito per liberarti da tutti quei dolori che ti attanagliavano, dal collo fino ai piedi e che, ogni volta che ti giravi nel letto, erano spilli infissi nel profondo della carne.
Il cammino prosegue, anche se non siete più molto sicuri su quale sarà la vostra prossima fermata.
Riprendete il sentiero che ieri sera, nell’oscurità, avevate intravisto e comincia subito una salita implacabile che vi obbliga ad una posizione prona, per evitare di farvi trascinare a valle dal peso del “bambino” che portate sulle spalle. Impronte di cinghiali nel terreno sono dovunque e, mentre vuoti la vescica, hai quasi l’impressione che ti possano osservare da non molto lontano.
Potrebbe essere un belvedere naturale quello che si apre sulla vostra sinistra, scoprendo il fondo valle fino all’estremità di Bilancino e merita il tempo per l’unico tipo di scatto che sei in grado di fare, viste le tue condizioni.
Il bosco continua a prendere il sopravvento sul sentiero che si fa un po’ più stretto e pietroso. Ai suoi lati, rovi pieni di more saporite, invitano a sgranchirsi le spalle, togliendovi di dosso il “bambino”. Capisci che, se lo avessi riempito meno, probabilmente non avresti l’impressione di essere crocifisso ogni volta che lo indossi. Ma, si sa, il pellegrino deve soffrire. Come sicuramente facevano i vostri predecessori su questo sentiero, senza abbigliamento adeguato, né scarpe da trekking, né calzini anti-ampolle o altro.
